PARTE SECONDA.

LA SOTTOMISSIONE AL POTERE COSTITUTO, PRASSI E DOTTRINA DELLA CHIESA.

"La Chiesa, custode della più sicura e alta nozione della sovranità politica, dato che la fa derivare da Dio, origine e fondamento di ogni autorità, non lascia giammai di inculcare la sottomissione e l'obbedienza verso il potere costituito, anche nei giorni in cui i rappresentanti e i suoi depositari abusino dello stesso contro di Essa.... Con quella lealtà, dunque, che appartiene a un cristiano, i cattolici spagnoli saranno sottomessi al potere civile nella forma che di fatto esiste, e, nella legalità costituita, praticheranno tutti i diritti e i doveri del buon cittadino." (Dichiarazione collettiva dell'Episcopato Spagnolo 20 dicembre 1931).

Per non dilungarmi in citazioni di molte encicliche e documenti pontefici, ho trascritto queste righe dell'Episcopato Spagnolo, che sintetizzano perfettamente la dottrina della Chiesa in una questione tanto importante. Sosteniamo questa dottrina con la mente e con il cuore -come qualunque altra che proceda da questa fonte indefettibile di verità- e andiamo a dimostrare che, nei confronti del nostro movimento nazionale, quanto citato non si oppone in alcun modo ad esso, e non ne è neppure una condanna implicita, come qualcuno potrebbe credere.

A questo scopo fisseremo una serie di proposizioni, contenenti la dottrina della Chiesa su questo punto in particolare, secondo la mente di S. Tommaso e dei teologi più eminenti, anche se eviteremo di citarli per favorire la brevità. Queste proposizioni ci mostreranno la ragione di essere di questa obbedienza ed a cosa ci obbliga. Un altra serie di proposizioni ci mostrerà poi in cosa ci lascia libertà di azione.

 

1 La Chiesa ed i cristiani, in quanto tali, non devono difendersi con la forza delle armi.

Questa è la condotta che la Chiesa Cattolica ha sempre seguito, fedele agli insegnamenti del suo Divino Fondatore. Cristo aveva detto: "il mio regno non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei ministri certamente combatterebbero perché io non venga dato in mano ai giudei; ma ora il mio regno non è di questo mondo" (Giov. 18, 36). Per questo Egli aveva comandato a Pietro di riporre la spada nel fodero quando aveva cercato di difenderlo (Giov. 18.11), e, come un agnello mansueto, si lasciò condurre fino alla croce. Manda i suoi discepoli "come pecore in mezzo ai lupi" (Matt. 10, 16), e raccomanda soltanto "se vi perseguitano in una città, fuggite in un altra" (ib. 23). Ma non li esorta ad essere leoni con i lupi, o a difendersi se maltrattati o calunniati; ma piuttosto consiglia di "non resistete al malvagio; anzi se uno ti percuote nella guancia destra, porgigli anche l'altra" (Matt. 5, 39). La Chiesa ha sempre seguito questa condotta dinanzi la furia di tiranni e persecutori, come si vede chiaramente fin dai primi secoli del cristianesimo, ed in quel modo ha assicurato il suo trionfo contro tutti i poteri di questo mondo in virtù della parola divina e la promessa della sua indefettibilità.

 

2 La Chiesa non si mette a dichiarare la legittimità o illegittimità di un potere costituito e, pertanto, la sua attitudine non può essere altra che la sottomissione e l'obbedienza al potere, qualunque sia.

La Chiesa non si mette a dichiarare la legittimità o illegittimità di alcun potere, non perché non abbia autorità di farlo, come avverte l'insigne Vitoria, bensì per evitare dei mali maggiori, che deriverebbero dal cercare di intervenire in questioni politiche, che tanto appassionano gli uomini. Così, opera in modo prudentissimo, lasciando che si risolvano umanamente le questioni che sono meramente umane, mantenendosi all'altezza della sua divina missione, al di sopra di tutti gli Stati, di tutti i poteri e di tutte le forme che possono assumere nel tempo. In virtù di ciò, l'attitudine della Chiesa di fronte a qualsiasi potere costituto non può essere altra che quella della sottomissione e dell'obbedienza, come se fosse sempre legittimo, anche se in realtà non lo è, posto che ella non si intromette a dirimere la questione. Anche Cristo si comportò così davanti ai suoi giudici e comandò di dare a Cesare quel che è di Cesare, senza decidere la questione che i giudei gli proponevano sulla legittimità del tributo dato all'imperatore romano. In tutta la storia della Chiesa questo modo di procedere appare evidente, non volendo decidere in questioni umane e lasciando che gli uomini risolvano da soli gli affari politici del Governo e dello Stato.

 

3 I poteri politici, anche quando abbiano usurpato il potere ingiustamente, devono essere ubbiditi in tutto quello che di giusto comandano, fino a che detengono il potere di fatto.

A prima vista questa affermazione potrebbe sembrare strana, ma, nonostante ciò, non c'è niente di più certo nella dottrina cattolica. Il potere illegittimo, il quale abbia ingiustamente usurpato l'autorità, non ha nessun diritto all'obbedienza, perché non si può concepire che un fatto intrinsecamente ingiusto sia fonte e principio di diritto. Sotto questo aspetto, il potere illegittimamente costituito non merita sottomissione né obbedienza. Ma la società civile non può in alcun modo sussistere senza un organo d'autorità che la governi, la unifichi e le diriga verso i suoi fini. Ne segue che, mentre quest'organo d'autorità non è sostituito da un altro che possa legittimamente svolgere quella funzione divina, è comunque necessaria la sottomissione all'autorità esistente, sia come postulato per l'esistenza della società stessa che come esigenza del bene comune, al fine di evitare l'anarchia e la disgregazione sociale. Con la sottomissione a tutto quello che svolge, deve esserci l'obbedienza alle leggi o disposizioni che siano intrinsecamente giuste (anche se sono ingiuste per la loro origine) poiché questo è un altro postulato del bene comune e la società stessa, considerata in modo organico (non per ratifica della moltitudine, che manca di ogni autorità in quanto tale), supplisce a quel difetto d'origine conferendo alla legge un vero valore obbligatorio.

In una concezione organica della società, con la funzione propria dell'autorità nel suo organo corrispondente, questa tesi, ammessa dai teologi cattolici, ha una perfetta spiegazione, perché l'autorità, che proviene da Dio, comunica organicamente con la società per mezzo del suo organo corrispondente. In questo modo, anche se l'organo è difettoso in ragione della sua origine, la società stessa supplisce a questo difetto in modo vitale esercitando la funzione di governo nella forma che le è possibile e attraverso l'organo di cui dispone di fatto. Negli altri sistemi (filosofici) che parlano dell'origine dell'autorità non vediamo spiegazione possibile di questa tesi, perché non possiamo pensare che Dio conferisca immediatamente l'autorità a chi si sia ingiustamente impossessato della stessa (nel qual caso sarebbe giustificato ogni potere per il solo fatto di averlo strappato, anche in modo illecito); né si può ammettere che il popolo (secondo i partigiani della trasmissione dei poteri) abbia trasmesso l'autorità ad un potere illegittimo da esso non accettato nemmeno virtualmente, perché se l'avesse accettato sarebbe per ciò stesso legittimato. Ma comunque sia, la tesi proposta, che nel sistema tomista può essere dimostrata con tutto il rigore filosofico, è ugualmente ammessa anche dai seguaci di altri sistemi, anche se forse con meno rigore di ragionamento.

 

4 Bisogna obbedire anche alle leggi ingiuste finché non comandano qualcosa di illecito, perché, se non osservate, potrebbero fare seguire dei mali maggiori alla società e all'individuo.

Sarà facile provare questa conclusione dopo quanto è stato detto anteriormente. Il criterio supremo che deve regolare l'azione di qualunque membro della società nelle sue funzioni sociali, nell'ambito del lecito, dev'essere il bene comune. Pertanto se dalla disubbidienza alla legge ingiusta devono seguire dei mali maggiori per la società di quelli che la sua osservanza comporta, è necessario obbedire, sacrificando il nostro stesso interesse in vista del bene comune, che tutti siamo obbligati a perseguire. E questo non è dovuto al fatto che la legge ingiusta abbia in sé qualche valore obbligatorio, bensì dall'obbligo di perseguire il bene comune, che riguarda tutti i membri della società, il quale porta con sé l'obbligo di evitare alla società qualunque male che potrebbe derivare dal nostro operato.

 

5 La difesa in armi della Patria dal tiranno, che sia tale per origine o per modo di governare, non è lecita se vi è la la speranza fondata di poterla effettuare con mezzi pacifici e legali, a meno che non vi sia pericolo nell'aspettare.

Anche questa proposizione si prova facilmente con quanto esposto in precedenza. La guerra è un male formidabile ed è fonte di mali irreparabili, in particolare modo quando si tratta di una guerra intestina fra i membri di una stessa nazione. Basta aprire gli occhi per vedere quanto accade nella nostra amata Patria e accertarsi di questa verità. In conseguenza di ciò, se si possono evitare alla Patria tanti mali difendendola dalla tirannia con l'uso di altri mezzi meno violenti, sarà necessario provare questi mezzi prima di ricorrere alle armi. Il bene comune deve essere sempre la nostra suprema norma di condotta sociale, e questo bene comune esige che si persegua sempre il bene della Patria, evitandole, per quanto possibile, tutto il male. In questo modo, se c'è una fondata speranza di rovesciare il tiranno dal potere per mezzo delle elezioni, o fare sì che desista dalla sua tirannia con l'opposizione politica ai suoi intenti tirannici, il ricorso alle armi non sarebbe lecito in alcun modo. Ma abbiamo aggiunto "a meno che non vi sia pericolo nell'aspettare", perché la tirannia potrebbe essere tale da rendere pericolosa ogni attesa, giacché il tiranno ne approfitterebbe per aumentare la sua forza e indebolire coloro che ancora vorrebbero difendere la Patria; in questo caso urge adottare qualunque mezzo che conduca alla liberazione della stessa, prima che il male non abbia più alcun rimedio

6 La difesa armata dal tiranno non è lecita quando la tirannia non è molto violenta ed i mali che ne vengono sono minori di quelli che si calcola potrebbero venire dalla difesa armata.

L'immortale Vitoria stabilisce questo principio per ogni guerra e San Tommaso lo propone per il caso della tirannia. La ragione di ciò è evidente. Fra due mali che non si possono evitare, prudenza vuole che si scelga il male minore per evitare il maggiore, come sentenziano i moralisti. Dobbiamo solamente avvertire che i mali non vanno calcolati in un ordine meramente materiale, perché vi sono dei mali di ordine spirituale che superano incomparabilmente tutti i mali materiali immaginabili, così come i beni a cui si oppongono. Questi beni spirituali possono essere non solo di ordine divino, come la religione e la virtù, bensì di un ordine meramente umano, come la Patria, la famiglia, la civiltà, l'onore e molti altri che si potrebbero citare. Per difendere e conservare tali beni, di valore imperituro, ben si può sacrificare qualunque interesse di ordine materiale, affrontando generosamente tutti i mali e i pericoli di categoria inferiore. I beni immateriali sono quelli che più pesano sulla bilancia dell'uomo civile. Solo il rozzo e degradante materialismo può disconoscere la loro importanza e il loro valore inestimabile.

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In queste sei proposizioni crediamo di avere riassunto tutto quello che la Chiesa ci prescrive nel suo precetto di sottomissione ed obbedienza ai poteri costituiti, secondo l'interpretazione dei maggiori teologi. Ci apprestiamo ora a stabilire un'altra serie di proposizioni per così dire negative, che cioè espongono ciò che si oppone alla dottrina della sottomissione contenuta nelle proposizioni precedenti, nonostante possa esserci qualche apparenza di contraddizione.

 

A) Anche se la Chiesa ed i cristiani in quanto tali non si difendono con le armi, i popoli cristiani possono difendere la Chiesa qualora la vedano ingiustamente oppressa, sia in sé stessa che in un determinato paese, come possono anche difendere qualunque altra causa giusta, in quanto uomini e cittadini.

Di quanto detto sopra abbiamo esempi storici in abbondanza, dei quali si potrebbe fare un'ampia dissertazione. Alcune volte la Chiesa stessa esortava i principi cristiani a venire in sua difesa. Ricordiamo soltanto S. Pio V in occasione della battaglia di Lepanto e la condanna della dottrina del non intervento fatta da Pio IX (inventata proprio dai nemici della Chiesa per impedire che i popoli cristiani accorressero in sua difesa vedendola spogliata e oppressa). Questo stesso principio di non intervento viene oggi invocato con la maggior falsità dai nemici della causa nazionale spagnola, che sono gli stessi nemici, mascherati, della religione e della Chiesa. E se una nazione straniera può intervenire per difendere la causa dei cristiani in una nazione distinta, come sostiene l'immortale Vitoria ed in altro luogo abbiamo esposto, a maggior ragione si potrà difendere la propria nazione contro i nemici interni ed esterni che cerchino di strapparle la propria religione o le impediscano il libero esercizio della stessa. La religione cristiana è il bene più grande che possiede l'umanità poiché ci assicura i beni eterni; il libero esercizio di essa è, nello stesso tempo, un diritto divino e umano. E, se è lecita una guerra per difendere interessi materiali o un diritto materiale calpestato, a maggior ragione lo sarà per difendere i beni eterni ed i diritti che hanno radice nel divino. E non si dica che nessun potere umano può strapparci la religione dal santuario della coscienza e non può, pertanto, privarci dei beni eterni a cui aspiriamo, o, ancor più, che lasciandoci morire per mano del tiranno, conseguiremo quei beni più presto e con maggior abbondanza. Ciò si applica solo ai cristiani in quanto tali e considerati singolarmente, ma non può applicarsi ad una società, la quale sarà scristianizzata molto presto se si perseguita la religione e si proibisce il suo insegnamento, si uccidono i suoi ministri e si distruggono i suoi templi. Se il cristianesimo ha trionfato della tirannia pagana col sangue dei suoi martiri è stato per un miracolo stupendo dell'onnipotenza divina, necessario alle origini della Chiesa e che si potrà ripetere sempre, purché sia indispensabile; ma, mentre si aspetta il miracolo, che Dio potrà fare o meno secondo i disegni della sua infinita sapienza, non bisogna mai smettere di porre in atto i mezzi che sono alla nostra portata, perché non farlo sarebbe tentare Dio. Qui non si tratta di difendere la religione individualmente, bensì dal punto di vista sociale e collettivo, e questo non solo è un diritto, bensì un dovere sacro, sia contro i nemici esterni che contro quelli interni, anche se sono al potere.

 

B) La Chiesa non dichiara legittima l'autorità solo perché è in possesso del potere; di conseguenza, quella ingiustamente usurpata rimarrà illegittima e la sottomissione e l'obbedienza che di fatto le si renderà, saranno solo in vista del bene comune.

Pretendere che la Chiesa dichiari legittimo ogni potere costituito, anche se avesse ingiustamente usurpato l'autorità, sarebbe un'assurdità tanto grande che tale posizione non si potrebbe sostenere senza fare un'ingiuria gravissima alla Chiesa. Ciò equivarrebbe a considerare la Chiesa come protettrice di ingiustizie e sostenitrice della liceità di ogni fatto compiuto. Dal che ne segue che la Chiesa non può riconoscere alcun diritto reale al potere che si è costituito in modo ingiusto, nemmeno quando prescrive l'obbedienza ad esso, perché non si può concepire che da un fatto essenzialmente ingiusto derivino dei diritti per chi lo ha perpetrato. Questo si vedrà più chiaramente se portiamo la questione sul piano pratico.

In Spagna abbiamo due poteri costituiti che lottano tra loro per il possesso del territorio che non è loro sottomesso. Se ogni potere costituito fosse giusto, entrambi i governi sarebbero ugualmente legittimi e la guerra sarebbe giusta da ambo le parti, cosa assolutamente inconcepibile. Dunque il fatto di essere in possesso del potere non può in alcun modo produrre la sua legittimità.

Se qualcuno volesse portare alle estreme conseguenze la dottrina della sottomissione, qui dovrebbe applicarla ad entrambi i governi, perché sono legalmente costituiti sia l'uno che l'altro; e così coloro che sono sotto la giurisdizione del Governo Nazionale, per sottomissione ed obbedienza allo stesso, avrebbero l'obbligo di andare a fare la guerra contro quelli della fazione opposta, mentre quelli che si trovano nel territorio del Fronte Popolare, avrebbero lo stesso obbligo di combattere contro noi per sottomissione ed obbedienza al loro Governo.

Questa proposizione è talmente ridicola che non merita altri commenti. No. Quel che la Chiesa prescrive intorno alla sottomissione al potere costituito non può essere in alcun modo considerato come il riconoscimento della sua legittimità; e la prova di ciò sta nel fatto che la Chiesa giammai proibisce i partiti contrari al regime esistente. La sottomissione e l'obbedienza vanno considerati unicamente in funzione del bene comune, perché il potere illegittimo nella sua origine rimane tale finché la nazione non lo riconosce espressamente o tacitamente, e non ha nessun diritto ad essere obbedito e rispettato, come si è visto nella precedente serie di proposizioni. È questo il vero senso della dottrina della Chiesa, dato che essa non comanda cose ridicole o assurde.

Quando l'obbedienza e la sottomissione al potere illegittimamente costituito attentano al bene comune, non possono più sussistere, né si può lecitamente praticare quella sottomissione ed obbedienza, come succede in Spagna col Governo del Fronte Popolare.

 

C) La Chiesa, nel prescrivere la sottomissione al potere costituito, non intende abolire nessun diritto dei cittadini, ancor meno quando quei diritti costituiscono nello stesso tempo un dovere.

Questa proposizione è tanto evidente che ha bisogno solo di qualche dimostrazione. Ogni diritto legittimo, sia che si consideri l'uomo in quanto tale che come membro della società, proviene, almeno remotamente, dalla legge naturale che Dio ha impresso nelle stesse viscere della natura umana. È impossibile che Dio, tramite una legge positiva, venga ad abrogare quel che ha stabilito per legge naturale, perché contraddirebbe sé stesso. E se non abolisce la legge naturale, non abolisce nemmeno quei diritti che derivano mediatamente o immediatamente da essa.

Anche il consiglio evangelico dato ai cristiani di porgere l'altra guancia, ecc., non è un'abolizione del diritto di difesa, perché, come insegna S. Tommaso, oltre ad essere un consiglio e non un precetto, non obbliga neppure come consiglio se non "in preparatione animi", vale a dire che lo spirito deve essere disposto a praticarlo quando da ciò debba seguire un qualche maggior bene spirituale, perché in questo caso la stessa ragione ci detta che dobbiamo sacrificare i beni materiali per i beni spirituali; ma tale consiglio non deve essere messo in atto in alcun modo quando da esso dovessero derivare dei mali anche nell'ordine spirituale. Se Dio stesso non abolisce né annulla alcun diritto dell'uomo o del cittadino con la legge positiva, sarebbe assurdo dire che la Chiesa, rappresentante di Dio sulla terra per l'ordine soprannaturale, la quale deriva la sua legge dalla stessa legge divina, sia naturale che positiva, possa anche solo provare ad abolire un diritto umano o sociale dell'uomo. Tale supposizione sarebbe un'ingiuria gravissima alla Chiesa, come per il caso precedente.

E come si dà che alcuni diritti siano contemporaneamente dei doveri ed ogni dovere proviene in qualche modo da Dio, così, il solo pensare che la Chiesa possa opporsi al più insignificante dei nostri doveri sarebbe una bestemmia, poiché equivarrebbe a dichiararla come traditrice della missione affidatale da Dio sulla terra.

 

D) La difesa armata contro il tiranno, che sia tale per usurpazione o per il modo di governo, non si oppone alla dottrina della sottomissione, quando si verificano le condizioni stabilite nella prima serie di proposizioni.

Questa proposizione si ricava da due premesse stabilite in precedenza. La prima comprende quanto detto sul diritto che la nazione ha di difendersi dal tiranno che abbia ingiustamente usurpato l'autorità o che la governa dispoticamente conducendola alla rovina. Diritto che, in certe occasioni, diventa un dovere il più sacro, come sempre succede quando si tratta dell'indipendenza della Patria, o della conservazione delle sue più care istituzioni, quali sono la religione, la famiglia e la proprietà. Un simile diritto è di natura tale che nessuno può rinunciarvi come si può fare con certi diritti particolari. L'altra premessa è contenuta nella proposizione precedente, dove si è ben provato che la Chiesa non deroga nessun diritto legittimo dei cittadini.

Ma qualcuno può pensare: "Se in questo modo è lecita la difesa armata dal tiranno, a cosa si riduce questa sottomissione che si viene inculcata? Non è questa la negazione più flagrante di ogni sottomissione e obbedienza?". In nessun modo. Nel momento in cui la nazione, dopo avere verificato le dovute condizioni, comprende che è giunta l'ora di prendere le armi contro il tiranno e si decide a farlo, costituendo un nuovo potere che la difenda dalla tirannia e la salvi dal pericolo, possiamo ben affermare che il precedente non è più un potere costituito, pure se ancora domina con la forza qualche parte della nazione. La nazione lo ha infatti virtualmente destituito ed esso si trova nello stesso caso di quando stava per usurpare il potere non essendo ancora in pieno possesso dello stesso. In quest'ultimo caso non si deve dire a nessuno che la resistenza è illecita perché il potere non è ancora costituito; nell'altro caso, cioè quando la nazione ha cominciato a privarnelo del possesso, almeno con la decisione di rovesciarlo in quanto tirannico e ingiusto, non si trova già più in pieno possesso del medesimo e cessa così ogni obbligo alla sottomissione. Non si dimentichi che questo obbligo non nasce dal diritto che il potere illegittimo ha di essere obbedito e rispettato, bensì da quello che il bene comune reclama.

Nel momento in cui la nazione, compiute tutte le condizioni, si decide a rovesciare il tiranno anche con la forza, lo stesso bene comune impone che gli venga negato ogni appoggio, obbedienza e sottomissione, poiché esso non aveva alcun diritto in quanto tiranno.

Dunque, resta dimostrato che la difesa armata contro il tiranno, nelle dovute condizioni, non si oppone in nulla alla sottomissione prescritta dalla Chiesa. La Chiesa Cattolica non è il tirapiedi dei tiranni né fautrice di ingiustizie, anche se è sempre riverente nei confronti di chi esercita la funzione divina del potere.

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E) Il popolo spagnolo ha osservato fedelmente la dottrina della sottomissione e dell'obbedienza, così come ora compie il suo dovere in difesa della religione e della Patria, avendo osservato tutte le condizioni necessarie perché la sollevazione fosse lecita.

Dall'avvento della Repubblica il popolo spagnolo, che pativa la più terribile delle tirannie da parte di un Governo usurpatore e dispotico, vedendo oppressi i suoi diritti più legittimi, debellate le sue istituzioni più sante, scherniti i suoi sentimenti più profondi, ha sofferto e sopportato con la mansuetudine di un agnello, come si conviene ad un popolo sinceramente cristiano. Ecco la vera sottomissione al potere costituito. E lo ha rispettato ubbidendo a tutte le leggi giuste che da esso venivano emanate; e lo ha rispettato ed ubbidito in molte legge ingiustissime e vessatorie, come quella sulle Congregazioni religiose, allo scopo di evitare dei mali peggiori e non incorrere nell'accusa di ribellione; ed ha persino cooperato col Governo tirannico e illegittimo, per attenuarne la tirannia e non vedersi costretto a scuoterne il giogo con la forza. A questo fine il popolo spagnolo mise in atto tutti i mezzi pacifici e legali, come l'intensificazione della propaganda, sempre che gli fosse permesso di farlo - poiché questo diritto veniva calpestato in molte occasioni -, anche esponendo alla morte alcuni dei suoi difensori; accorse alle urne elettorali anche se sapeva che il suffragio era vilmente viziato per mezzo dell'astuzia e della violenza; si oppose con valore nelle Camere legislative alle leggi ingiuste della tirannia imperante, anche se i suoi reclami e i suoi argomenti schiaccianti in favore del diritto e della giustizia erano totalmente disattesi; reclamò, infine, il potere che gli apparteneva per il diritto consuetudinario del regime costituzionale e parlamentare, essendo il gruppo più numeroso della Camera legislativa. Questa attitudine fu mantenuta dal popolo spagnolo per cinque lunghi anni, soffrendo continuamente, mentre un solo raggio di luce avrebbe potuto portargli una tenue speranza di trionfo, ottenibile con l'uso di mezzi pacifici e legali. Ma giunse il momento in cui il mansuetissimo agnello cristiano dovette cedere il posto al classico leone spagnolo, a meno di volere vedere la madre Patria perire fra gli artigli dell'orso sovietico. Le forze marxiste si armavano e si preparavano al combattimento, protette dal Governo massonico del Fronte Popolare. La rivoluzione comunista con tutti i suoi errori era determinata per una data molto vicina. Ancora un momento e la salvezza della Spagna sarebbe stata impossibile. Ma "l'essere gentile non esclude l'essere valoroso", come dice un nostro proverbio della Castiglia. Ed il popolo spagnolo che diede un esempio chiarissimo di sottomissione e obbedienza al potere costituito durante questi cinque penosissimi anni, si appresta alla difesa armata quando con le armi già lo si combatte e non c'è altro mezzo di difesa.

Ma ci resta ancora da esaminare l'ultima delle condizioni richieste per la liceità di questa guerra. Gli enormi mali che essa porta con sé potranno essere compensati dai beni che fondatamente speriamo che ci porti la vittoria? Indubbiamente sì, e non solo compensati, bensì senza confronto superiori a tutti i mali che ci cagiona la guerra. Nell'ordine materiale ed economico, il Governo del Fronte Popolare conduceva la nazione alla rovina, e quantunque la guerra sia occasione di notevolissime perdite e spese, c'è la speranza che un Governo moralizzatore e austero faccia prosperare l'economia della nazione con una veloce ripresa. Ma questo è il meno. I beni principali in posta sono di un ordine assai superiore. L'integrità, libertà e indipendenza della Patria, il suo onore e la sua civiltà, la sua religione e la sua morale, le sue istituzioni, le sue arti e le sue scienze tradizionali, sono i veri beni che si difendono in questa guerra e per i quali è lecito, santo e obbligatorio sacrificare vita e affari. Magari questo ideale di vera grandezza brillasse sempre dinanzi agli occhi dei nuovi governanti affinché non sia rovinato il trionfo che il Signore amorevolmente ci concede, né vengano sperperati sacrifici così enormi! Siamo ben persuasi che Dio ha in vista, nella sua amorosa e misericordiosa provvidenza, dei fini gloriosi per la nuova Spagna, così come li ebbe la Spagna dei nostri antenati; ma è necessario diventarne degni, perché la nostra infedeltà, con una prematura decadenza, porterebbe su di noi i più tremendi castighi. Guardiamo a Dio, sorgente inesauribile di ogni bene, ed il resto ci sarà dato in sovrappiù.

 

 

APPENDICE. SULLA CATTOLICITA' DEL GOVERNO NAZIONALE.

Abbiamo dimostrato in precedenza che il Governo Nazionale è cattolico, fondandoci principalmente su ciò che esso rappresenta - l'antitesi del Fronte Popolare - nei partiti politici che si associano ad esso in questa grande opera - tutti, in una forma o nell'altra, di glorioso lignaggio nazionale e, di conseguenza, cattolico - e nei suoi atti nazionali in senso chiaramente cristiano. Ma è necessario insistere su questa affermazione concreta, perché quelli della fazione contraria, esperti nella calunnia e nel falsificare i fatti, si sforzano di presentare il nostro movimento come fascista o semplicemente militarista. Che strana ostinazione quella di chiamarci tutti fascisti, quando in anni precedenti non cessavano di bollare con questa etichetta i militanti dell'Azione Popolare, nonostante le reiterate dichiarazioni antifasciste del loro Capo e di tutta l'opera antifascista di questo partito politico! Ma questa insistenza sul presentarci come fascisti, può sviare l'opinione di coloro che da lontano considerano il nostro movimento nazionale, e da ciò deriva la necessità di insistere su questo punto.

Il modo migliore di esporre manifestamente il carattere nazionale e cattolico di questo movimento, oltre a quanto già detto, sarà quello di copiare qui alcuni stralci di discorsi e dichiarazioni dei capi principali del movimento, e questo ci darà anche il modo di spiegare alcune frasi dei medesimi che potrebbero prestarsi a interpretazioni distorte, che vengono impiegate dai nostri nemici come un ariete formidabile per rivolgerci contro l'opinione del mondo cattolico.

Che questo movimento non sia fascista né militarista, lo ha dichiarato in primo luogo lo stesso Capo di Stato, il Generalissimo Franco. Ecco le sue parole: "La composizione delle forze che figurano nel campo nazionale permette di affermare che non si tratta di un movimento esclusivamente fascista. Se fissiamo l'attenzione nei principi programmatici e nelle ripetute dichiarazioni delle grandi milizie che figurano a lato dell'esercito, si può affermare che si tratta di masse dall'ideologia nazionale... Tutto questo non vuole dire che non ci siano fascisti, considerando le convinzioni individuali ... Non c'è nemmeno il diritto di qualificarci militaristi. Non è l'esercito che lotta da solo... Tutta la nostra Nazione è in armi e si è spontaneamente mobilitata tutta la popolazione civile, senza distinzione di sesso, classi ed età..." (La Gazzetta Regionale, di Salamanca, n 5016).

Smentiti decisamente questi due concetti di militarismo e di fascismo ed affermato per contrapposizione il carattere nazionale del movimento, ascoltiamo nuovamente il "Caudillo" nell'allocuzione pronunciata dall'emittente "Radio Nacional" in occasione della sua inaugurazione, che è a volte il luogo dove ci esprime il suo pensiero in modo più chiaro e perentorio; pensiero che non è suo, bensì di tutta la nazione che al suo fianco e sotto il suo comando - che è forte e soave allo stesso tempo, come spinto dalla vera carità cristiana - ha intrapreso e sostiene questa crociata eroica contro i nemici di Dio e della Patria. Trascriveremo solo alcuni paragrafi che attengono più direttamente al nostro tema, nei quali si dichiara il carattere nazionale del movimento in modo pieno ed a tutta luce, assieme ai motivi della nostra contesa ed al sentimento religioso che la informa. Parla il "Caudillo".

"Questo è un movimento nazionale, lo svegliarsi di un popolo che non riconosceva sé stesso e si sentiva straniero e fuori posto... Per la pace ed il benessere dell'agricoltura; per il miglioramento, razionale e giusto, della classe operaia e di mezzo; per la libertà di coscienza ed il rispetto della Religione e delle tradizioni; per la tranquillità ed il benessere dei focolari; per la nostra civiltà minacciata e per il prestigio della nostra bandiera; per l'indipendenza della nostra Patria; per una Spagna nuova, per una Spagna libera, per una Spagna grande, i nostri soldati sono oggi in lotta contro l'invasione russo-comunista ... È questo il nostro titolo di nobiltà: l'amor di Patria, l'onorabilità, l'amore del popolo, un sentimento cattolico profondo ed una fede cieca nei destini della Spagna. Nell'ambito religioso, alla persecuzione esasperata dei marxisti e comunisti a quanto rappresenta l'esistenza di una spiritualità, di una fede o di un culto, noi opponiamo il sentimento di una SPAGNA CATTOLICA, con i suoi santi ed i suoi martiri, con le sue istituzioni secolari, con la sua giustizia sociale e la sua carità cristiana ... Questa è la Spagna che saluta il mondo, onorata con il riconoscimento di quei parsi che sanno della minaccia del comunismo e comprendono la santità della nostra crociata per la difesa della civiltà. La Spagna che gradisce cavallerescamente la assistenza spirituale di altri popoli che, senza esteriorizzazioni ufficiali, piangono come proprie le profanazioni dei nostri luoghi di culto ed il martirio che le orde sanguinarie infliggono ai nostri connazionali. La Spagna che è in comunione ed intima devozione col suo capo". (ABC, di Siviglia, n l0496).

Questo è il pensiero di "quell'illustre Caudillo della cavalleresca Spagna, che riassume l'hidalguìa, il valore, il sapere, l'austerità e la vera democrazia cristiana". (Parole dell'ammiraglio Cervera, capo di Stato Maggiore della Marina Nazionale). Come commento e compendio unico dei nostri desideri, questo stesso capo cattolico della nostra Marina, ammiraglio Cervera, ci dirà in due parole quel che difendiamo. "Difendiamo, dice, l'onore e la vita della Spagna, grande, una e libera, e con essa le radici della nostra Storia e la sacrosanta e bella religione di Cristo". (La Gazzetta Regionale, di Salamanca, n5002).

Di fronte a queste dichiarazioni solenni e chiare, ci potrà essere chi dubiti che il Governo Nazionale è cattolico, come lo sono le persone investite di questa altissima funzione e l'autentico popolo spagnolo con cui sono perfettamente fuse? Nel nostro partito vi potrà essere chi individualmente non professa la religione cattolica; ma questo movimento nazionale è collettivamente cattolico, cattolico è lo spirito che lo anima e cattolici coloro che lo dirigono e rappresentano. Ed anche individualmente, quelli che senza partecipare a questa convinzione e sentimento cristiano sono al nostro fianco, comunicano con noi nell'amore alla Spagna, alla vera Spagna, che è la Spagna cattolica dei nostri antenati, rigenerata e ringiovanita con questo battesimo di sangue; e questo amore alla Spagna non può fare a meno di produrre in essi un profondo sentimento di rispetto, di venerazione e persino di amore alla religione cristiana, che è come lo spirito della nostra anima spagnola ed il blasone di tutte le nostre grandezze ancestrali. In questo si distinguono da quelli che stanno dalla parte contraria, che non sanno nulla di amore, ma solo di odio: odio alla madre Patria e odio a tutto quanto rappresenta. Dio è amore e chi si stacca da Lui non sa fare altro che odiare, mentre il vero amore nasce da Dio ed è via che a Lui conduce.

Qualche scrupoloso potrebbe tuttavia ritirarsi di fronte alla frase del "Caudillo" quando dice che lottiamo per "la libertà di coscienza ed il rispetto della Religione". Ma è necessario riconoscere che chi non comprende quello che questa frase significa in questo caso possiede poca vista. È che in Spagna, dall'avvento della Repubblica, la persecuzione religiosa si era scatenata nonostante le proteste fallaci degli scrittori del Fronte Popolare. Per i cattolici spagnoli, che formano la maggioranza della nazione, non esisteva libertà di coscienza, né era rispettata la loro religione, ma era vessata ed oppressa; e quella libertà e quel rispetto è quello che esigiamo virilmente, come dichiara il nostro "Caudillo", perché si tratta di un diritto inconcusso ed inalienabile.

Altre parole del generalissimo Franco meritano un breve commento, poiché di esse hanno abusato coloro che pretendono di convincere il mondo che il nostro movimento non è l'espressione dell'anima nazionale, vigorosamente cristiana, bensì un'insurrezione di parte con un contenuto più o meno politico. Sono quelle del discorso pronunciato a Burgos in occasione della sua nomina a Capo dello Stato. Dicono così:

"Lo stato, senza essere confessionale, concorderà con la Chiesa Cattolica, rispettando la tradizione nazionale ed il sentimento religioso dell'immensa maggioranza degli spagnoli ..." (ABC, di Siviglia, n 10403).

Confessiamo ingenuamente che quella frase, "senza essere confessionale", ha scandalizzato non pochi, sia per malizia che per ignoranza. Analizziamola un momento e vedremo che non c'è motivo di scandalo, se non farisaico. Le parole confessionale e aconfessionale possono essere intese, e di fatto lo sono, in sensi diversi. In questa gamma possiamo evidenziare tre gradi principali di confessionalità religiosa per qualunque istituzione od organismo sociale. Nel supremo grado di confessionalità ci sono tutte quelle istituzioni che hanno come oggetto principale qualche fine religioso, e queste, trattandosi di istituzioni cattoliche, devono essere completamente sottomesse alla giurisdizione ecclesiastica. Il grado più basso di questa gamma è costituito dalla aconfessionalità assoluta, vale a dire la negazione di ogni idea religiosa, l'ateismo ufficiale di una qualsiasi istituzione, il cosiddetto laicismo, nel quale si prescinde socialmente persino dall'idea di Dio, relegando la religione al segreto della coscienza o, perlomeno, al tempio e al focolare. Fra questi estremi, c'è un altro grado intermedio, che è quello che conviene alle istituzioni che hanno un fine proprio distinto dal fine religioso, le quali non prescindono da Dio né dall'idea religiosa, anzi la accettano per conformare i loro atti a ciò che la religione e la morale prescrivono, senza che il fine loro proprio ed i mezzi per perseguirlo siano assorbiti dalla religione, né siano sottomessi, in quanto tali, alla giurisdizione ecclesiastica; così come le istituzioni di cui trattiamo non devono a loro volta immischiarsi in affari religiosi né arrogarsi autorità su tali questioni, come succede in Inghilterra con la sua religione di Stato. Le istituzioni di questo genere hanno una confessionalità relativa, secondo la natura loro propria, e possono dirsi confessionali, come possono dirsi non confessionali. Sono confessionali a confronto con quelle di infimo grado, che hanno carenza di ogni confessionalità; e non sono confessionali rispetto a quelle di grado più elevato, che hanno come fine principale un qualche bene religioso. E possono anche dirsi non confessionali rispetto a quelle che, avendo il loro fine proprio specificatamente distinto da quello religioso, ammettono, senza dubbio, la promiscuità dei fini, con l'introduzione di autorità diverse da essi, sebbene l'autorità religiosa si sovrapponga ed assorba fino ad un certo punto quella civile, o avvenga il contrario, come nel caso citato dell'Inghilterra.

Orbene il Capo dello Stato spagnolo dicendo che lo Stato non sarà confessionale ("senza essere confessionale"), parla di una aconfessionalità assoluta, che prescinda dall'idea di Dio e della religione cattolica che è quella "della stragrande maggioranza degli spagnoli"? Sarebbe tanto assurdo attribuirgli questo senso, che non si concepisce chi possa ammettere una simile interpretazione in buona fede. Nel riconoscere la Chiesa Cattolica per accordarsi con essa, nel sentirsi il rappresentante di un popolo cattolico nella sua immensa maggioranza, egli dichiara già solennemente la sua confessionalità, questa confessionalità relativa di cui abbiamo parlato. E questo lo si prova anche per le altre testimonianze addotte e, soprattutto, per i suoi atti di governo. Quello che il nostro "Caudillo" ci ha voluto dire con quella espressione, è che lo Stato non sarà confessionale perché i due poteri, civile e religioso, si manterranno dentro i propri limiti, senza assurde intromissioni nel campo altrui. Lo Stato non si immischierà in affari puramente religiosi, né cercherà di diminuire i diritti della Chiesa e della sua Gerarchia assorbendo poteri che non gli competono; e perciò aggiunge che "concorderà con la Chiesa Cattolica" i rispettivi diritti nelle materie miste. Ciò si contrappone a quanto succedeva in Spagna al tempo della Monarchia, dove, col pretesto della cattolicità dello Stato, anche se in moltissimi casi non lo era nei fatti, esso si arrogava il diritto di intervenire nella nomina a cariche ecclesiastiche e in molte altre cose proprie solo della Chiesa. Questo non sarà fatto dal nuovo Stato spagnolo.

Ed affinché si veda con più chiarezza che questo è il senso della frase che abbiamo commentato, basta ascoltare quanto segue le parole già citate. Dopo avere riconosciuto il diritto della Chiesa Cattolica, la tradizione nazionale ed il sentimento religioso dell'immensa maggioranza degli spagnoli, aggiunge: "senza che ciò significhi intromissione né diminuisca la libertà nella direzione delle funzioni specifiche dello Stato". Vale a dire, che la Chiesa non sottrarrà allo Stato neppure un atomo della sua sovranità, né lo Stato si attribuirà funzioni ecclesiastiche; le parole secondo cui lo Stato non sarà confessionale non possono volere dire altro, contrapponendosi a certi Stati che, col pretesto di essere confessionali, cercano solo l'asservimento della Chiesa e l'ingerenza nelle cose ecclesiastiche. Nessun cattolico vuole uno Stato confessionale nella forma in cui lo erano molti governi della Monarchia. Senza timore di falsificare il pensiero del Capo dello Stato spagnolo, potremmo tradurre le sue parole con queste altre: "Lo Stato riconoscerà i diritti della Chiesa Cattolica, assicurandole piena libertà negli affari di sua esclusiva incombenza e concordando con essa nelle materie di giurisdizione mista, rispettando la tradizione nazionale ed il sentimento religioso dell'immensa maggioranza degli spagnoli; senza che questo significhi intromissione né diminuzione di libertà per la direzione delle funzioni specifiche dello Stato".

Questo significa Stato confessionale oppure no? Abbiamo già visto che si possono dire le due cose. È confessionale in quanto con esso si esclude l'ateismo politico dello Stato repubblicano che abbiamo subito negli anni passati; ed è non confessionale in quanto si oppone alla confessionalità del regime protezionista imperante in Spagna durante gli ultimi secoli, che in pratica non era altro che un mezzo nascosto per mantenere la Chiesa sottomessa e alle dipendenze dello Stato. Questo sistema protezionista non può essere l'ideale di nessun cattolico. Quel che noi vogliamo, come cattolici e spagnoli, è che ognuno dei poteri, civile ed ecclesiastico, abbia una perfetta libertà e indipendenza nel perseguire dei suoi fini e nello svolgimento delle rispettive funzioni, concordando amichevolmente e in formule precise sugli argomenti in cui ci può essere conflitto di diritti essendo di giurisdizione mista. E questa libertà mutuamente riconosciuta e rispettata religiosamente, condurrà a una mutua concordia e compenetrazione spirituale - non espressa in formule vuote, il cui contenuto reale è molto spesso di sospetto, prevenzione, sfiducia e sforzo di dominare l'altro potere ritenuto avverso -; e da ciò verrà il mutuo aiuto e appoggio che spiritualmente e indirettamente si prestino la Chiesa e lo Stato per il fiorire della Religione e della Patria, senza che uno dei due poteri pretenda di scavalcare e crescere a spese dell'altro; bensì, riconoscendo che l'ingrandimento di uno aiuta potentemente l'ingrandimento dell'altro, perché non hanno fini antitetici che stanno in ragione inversa, bensì in ragione diretta, compenetrati negli stessi soggetti. La Chiesa, formando perfetti cristiani, forma anche dei perfetti cittadini, che sapranno sempre compiere i loro doveri verso la Patria ed innalzarla all'altezza che si merita. E lo Stato, lavorando per il bene temporale della stessa Patria, contribuisce indirettamente alla fioritura della religione che si professa in esso; e in modo più diretto, con leggi giuste e prudenti, reprime il vizio, l'immoralità, la propaganda empia e sovversiva, preparando il terreno affinché la semente religiosa metta radici e produca frutti squisiti.

Non voglio concludere questo modesto lavoro senza stamparvi le parole di uno dei principali capi e promotori del nostro movimento nazionale. Nel suo discorso del 28 gennaio del 1937, intitolato "chi siamo e dove andiamo", pronunciato dall'emittente "Radio Nacional", Emilio Nola, Capitano Generale dell'Esercito del Nord, si esprime nei seguenti precisi e pungenti termini.

"siamo cattolici, ma rispettiamo le credenze religiose di coloro che non lo sono; pensiamo che la Chiesa debba rimanere separata dallo Stato, perché così conviene a quella e a questo, ma pensiamo anche che questa separazione non indica divorzio, bensì la forma esterna di uno stretto matrimonio spirituale, la Spagna, grazie a dio, non ha smesso né può smettere di essere cattolica". E prima di finire il suo discorso, aggiunge: "Organizzeremo scuole dove i maestri insegnino ad amare Dio e la Patria" (La Gaceta Regional, di Salamanca, n 4997).

Ecco il nostro cattolicesimo apertamente affermato da una voce autorizzata a farlo. Ecco il "matrimonio spirituale" di cui parlavamo un momento fa. Ecco lo Stato che aiuta la Chiesa e la Chiesa che aiuta lo Stato con la creazione di scuole "dove i maestri insegnino ad amare Dio e la Patri".

Ci sarà per caso chi farà delle osservazioni per quanto si dice che "la Chiesa deve rimanere separata dallo Stato"? Può ben essere che, omettendo di fare caso a quel che segue, qualcuno si ostini a dire che quella separazione non è conforme alla dottrina cattolica. Cosa vuole dire dare alle parole un valore smisurato, prescindendo dal loro reale contenuto! Giammai si potrebbe dire meglio con l'Apostolo che "la lettera uccide, mentre lo spirito vivifica". Cos'è, infatti, quella separazione nella "forma esterna" con "stretto matrimonio spirituale", più che la delimitazione necessaria degli attributi e delle funzioni di entrambi i poteri, senza il confusionismo ed il servaggio del regime protezionista, per l'utilità di entrambi, fra i quali deve regnare la più perfetta armonia? Per la felicità di un matrimonio e la prosperità della famiglia, è necessario che vi sia una separazione di funzioni ed il riconoscimento dei mutui diritti, con il compimento esatto dei doveri di ogni coniuge, senza intromissione di uno in ciò che è esclusivo dell'altro, entrambi unificati da una stessa corrente vitale di amore, di fedeltà e di aneliti reciproci di prosperità. La separazione, che è divorzio, è la rovina e la morte della società domestica; ma la separazione di cui parliamo è l'indice del suo ingrandimento. Altrettanto succede con la Chiesa e lo Stato per l'ingrandimento della società civile.

È vero che la parola separazione viene di solito intesa nel senso di divisione, di allontanamento, di "divorzio", perfetto o imperfetto; e in quell'accezione non si applica né può applicarsi al caso presente. I fini della Chiesa e dello Stato sono perfettamente armonici. Il fine dello Stato è procurare agli uomini la felicità imperfetta di questa vita, che non può raggiungersi se non all'interno di un ordine di morale e diritto, per lo stretto compimento del dovere e la pratica della virtù. Il fine della Chiesa è di condurre quegli stessi uomini alla felicità perfetta della vita futura, sempre per mezzo della pratica della virtù, innalzata ad un ordine soprannaturale nella società cristiana e fomentata dai mezzi soprannaturali di cui la Chiesa dispone. È da lì che nasce quello "stretto matrimonio", quella compenetrazione spirituale fra i due poteri per l'ingrandimento di ambe le società ed a vantaggio dei loro membri, come sono i medesimi come cittadini e come cattolici, e non potranno giungere alla Patria celeste senza comportarsi come buoni cittadini nella Patria che abbiamo qui.

Forse non è ancora stata inventata una formula esatta che dichiari, da una parte, la separazione o limite di diritti e funzioni che ci devono essere fra la Chiesa e lo Stato, e, dall'altra, la perfetta unione o matrimonio spirituale fra entrambi i poteri quando si tratta di una società cristiana. A titolo di saggio, non con carattere definitivo, ci azzardiamo a presentare una formula tripartita che possa esprimere in modo adeguato il pensiero che bolle in mente a tutti. Ecco:

Libertà e indipendenza della Chiesa e dello Stato nel perseguire dei rispettivi fini e nell'esercizio delle rispettive funzioni; concordia giuridicamente prestabilita nelle materie di giurisdizione mista; compenetrazione spirituale, con mutuo aiuto e amichevole collaborazione per il bene integrale dei cittadini, in quanto entrambi i poteri agiscono su uno stesso organismo sociale.

Ci pare che questa formula esprima abbastanza esattamente il contenuto ideologico della filosofia cristiana per quanto riguarda le relazioni fra Chiesa e Stato, ed anche il pensiero dei principali capi del nostro movimento nazionale, come punto programmatico del nuovo Stato. Ed in questa formula non tocchiamo la questione della superiorità della Chiesa a causa del suo fine, perché in pratica non è necessario stabilire tale superiorità se le mutue relazioni fra i poteri si regolano ordinandosi alla formula proposta, ed il parlare di superiorità della Chiesa potrebbe sembrare un segno di sfiducia, facendo pensare che si cercasse di diminuire la libertà e l'indipendenza dello Stato, inducendolo con questo motivo a prendersi la rivincita o a mantenersi in stato di difesa, cosa che romperebbe la cordialità e la vera unione spirituale a cui si ambisce.

Che Dio benedica il nostro movimento; che il sangue dei nostri martiri benedica il nostro suolo; che l'eroismo dei nostri soldati strappi le spine avvelenate dal nostro terreno; che lo spirito dei nostri capi alzi sulle rovine l'edificio della Spagna una, grande, libera e cattolica; che lo sforzo di tutti per il compimento del dovere ci rigeneri individualmente e collettivamente; che l'orazione unanime e fervente si slanci dai nostri petti, fiorisca sulle nostre labbra e profumi il nostro ambiente, sotterrando il linguaggio insolente e attraendo a noi una pioggia di grazie celesti; che la carità cristiana ci stringa coi suoi lacci soavissimi, cercando le nostre più pure soddisfazioni nel fare il bene ai nostri simili; e così giungeremo alla meta dei nostri ideali e raccoglieremo in abbondanza quel che oggi seminiamo con dolore e sacrificio.